Un alieno, che si nutre di droga e di una misteriosa sostanza che l’uomo produce durante il rapporto sessuale, trova una perfetta “sistemazione” a casa di due sbandate cocainomani. Da quel momento ogni uomo che va a letto con le ragazze muore.
Questo film che per intensità e profondità richiama quello del connazionale Bergman, racconta il difficile rapporto fra un maestro, che tenta di eliminare l’autoritarismo da scuola, e la moglie con cui vive senza aver voluto dei figli. Ole Dole Doff è uno sciogli lingua intraducibile e allude al mondo dell’infanzia a cui si rivolge questa opera seconda del regista svedese. Tormentato dalle sue incertezze, tranciato dalle contraddizioni tra “istintività” e “cultura”, diviso tra amore e odio finisce con in cadere nel delirio.
Rosemonde, una ventenne, ha ferito lo zio ma è stata prosciolta. Paul, un giornalista, deve scrivere per la tv una sceneggiatura su quel fatto di cronaca. Comincia con un amico a indagare e a fare domande alla ragazza.
Paul, macchinista su una nave mercantile, fa scalo a Lisbona e subisce il fascino della capitale portoghese, che definisce “città bianca”. Girando per le strade armato di una cinepresa, si invaghisce di una giovane cameriera e decide di fermarsi a Lisbona: alla moglie, che sta in Svizzera, invia dettagliati resoconti scritti e filmati delle sue avventure e delle sue emozioni.
Goshu è un ragazzino che suona il violoncello in un’orchestra. Il Direttore dell’orchestra non è però soddisfatto della sua esecuzione della Pastorale, la sesta sinfonia di Beethoven. Per questo motivo Goshu decide di esercitarsi a casa. In suo aiuto accorreranno alcuni animaletti parlanti che, in cambio di piccoli favori, gli insegneranno a capire davvero la musica.
Demetan è un giovane ranocchio proveniente da una famiglia povera (vive assieme ai suoi genitori, il padre fa il giocattolaio), al punto da non potersi neppure permettere di andare a scuola, e per questo è automaticamente un emarginato all’interno della comunità. Tuttavia fa amicizia con una graziosa ranocchietta, popolare e molto dolce, di famiglia ricca di nome Ranatan; questo nonostante la differenza del loro status sociale.
Ovviamente il padre della ranocchia, che è anche il sindaco del villaggio delle rane dello stagno, non si trova per nulla d’accordo riguardo al fatto che la figlia frequenti in modo così assiduo Demetan e cerca in tutti i modi di ostacolar tale relazione. Pian piano, però, la loro amicizia trascenderà tutte le difficoltà, e avrà la meglio sui pregiudizi non solo del padre di Ranatan, ma anche dell’intera comunità dello stagno in cui vivono.
Insieme i due vivranno numerose avventure, imparando molto sull’amore, sull’odio e sull’invidia. Le storie sono spesso tristi, al limite del sadismo, con Demetan che deve fare i conti con predatori naturali (il pesce gatto) o difendersi dai bulli che dominano lo stagno.
A Los Anglese il criminale Verona inietta un siero mortale nel killer professionista Chev Chelios che ha le ore contate per trovare un antidoto e vendicarsi di Verona e dei suoi mandanti. Thriller adrenalinico sopra le righe, scritto dai 2 registi, infognato nella violenza con un convulso montaggio da spot pubblicitario, ma con una sotterranea dimensione autoironica, sottolineata dall’interpretazione acrobatica dello spericolato cascatore Statham.
Un film di Alain Tanner. Con François Simon, Marie-Claire Dufour, Marcel Robert, Maya Simon Titolo originale Petit fresque historique. Drammatico, b/n durata 90 min. – Svizzera 1969.
Un onesto industriale è incompreso sia dai figli che dagli operai, insensibili a qualsiasi tentativo di comunicazione. Scivolato in una crisi profonda, l’uomo fugge con due hippies e conduce vita errabonda.
Alle origini ci sono un romanzo di Salles Gomes e un successivo testo teatrale di Chris Ward. Si seguono gli ultimi sei anni di vita del giovane regista Jean Vigo. Il ricovero in sanatorio, la passione per Lydu Lozinska ma, soprattutto, la passione per il cinema in un film che riflette sul rapporto tra l’Arte del XX secolo e la poesia.
Nel paesino di Follainville un postino assiste ai preparativi della festa annuale, vi partecipa con zelo e vuole, imitando un documentario che ha visto, consegnare la posta “all’americana”. La formula è: 2/3 di comicità d’osservazione, 1/3 di farsa. Sonoro, ma non parlato (con dialoghi quasi inaudibili perché registrati in presa diretta; sostituiti in modo spurio nell’edizione italiana). 1° film lungo di Tati dopo il cortometraggio a colori L’école des facteurs (1947) sullo stesso tema. Proiettato a Parigi per la prima volta l’11 maggio 1949, rivelò la nascita del secondo grande comico francese dopo Max Linder. Una delizia per spettatori di tutte le età. Girato a colori (col sistema sperimentale Thomsoncolor), ma distribuito in un bianco e nero virato, è stato riproposto nel 1994 nella versione originale.
Raccontare il degrado di una bidonville può essere impresa ardua al cinema, si rischia di scadere nel pietistico, o di edulcorare una realtà che fa – e deve fare – orrore. La pellicola di Pablo Trapero – dedicata ed ispirata da Padre Mugica, ucciso in circostanze misteriose a Buenos Aires negli Anni Settanta – scansa abilmente le facili trappole rimanendo lucido e distaccato quanto basta
La storia di Joe Strummer narrata da amici, parenti e colleghi – raccolti intorno a un falò – e ripresa dall’obiettivo di Julien Temple. Il futuro non è scritto celebra il ricordo di uno dei maggiori esponenti del punk attraverso video domestici, materiali d’archivio, fotografie, vignette (realizzate dallo stesso Strummer), spezzoni di film, interviste d’epoca e testimonianze di artisti che lo hanno conosciuto o ne sono stati ispirati – Bono Vox, Martin Scorsese, Johnny Depp, Steve Buscemi, John Cusack, Jim Jarmusch, Flea e Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers fra gli altri. Il documentario di Temple ripercorre la vita del “guerrigliero” partendo dalla sua infanzia, passando dagli anni formativi (la scuola d’arte, le prime band), al successo mondiale dei Clash e il successivo allontanamento dalle scene di Strummer dopo la separazione dai suoi compagni, alle prove da solista e da attore fino al ritorno sotto i riflettori con i Mescaleros. Il futuro non è scritto è una sorta di mosaico, un collage a più voci tenuto insieme da quel fuoco che generarono i Clash sullo sfondo sociale e politico dell’epoca – le occupazioni londinesi, la nascita della rivoluzione punk, le guerre in Vietnam e in Iraq – che offre uno spaccato reale e realistico di quegli anni pieni di contraddizioni. È anche un’opera ricca di aneddoti che aiutano a capire l’ascesa e la caduta di una band che ha fatto storia e la frustrazione dei componenti, in primis dello stesso leader, costretto a ripartire da zero per ricercare quella felicità che appariva come un miraggio. La voce di Strummer si unisce al coro dei partecipanti dando l’impressione di essere ancora fra noi e lancia un messaggio universale: “Nella vita, devi essere capace di prenderti quello che vuoi, perché nessuno te lo regalerà mai”.
Da un libro di fantastiche miniature e disegni conservato nel Trinity College di Dublino, il “Libro di Kells”, nasce l’ispirazione di questo lavoro. Per l’eccellenza tecnica della sua realizzazione e la sua bellezza è considerato da molti studiosi una delle più importanti opere d’arte dell’epoca. Una nomination all’Oscar.
Il giovane Brendan vive nell’abbazia di Kells, un remoto avamposto medievale dove lavora per fortificare i muri dell’abbazia contro le scorrerie barbariche. Un giorno un famoso maestro illuminato arriva in queste terre straniere portando un antico ed incompleto libro traboccante di una segreta saggezza e di poteri. Per aiutare a completare il libro, Brendan deve superare le sue più profonde paure in un viaggio pericoloso che lo porterà al di fuori dei muri dell’abbazia e dentro alla foresta incantata, dove si nascondono magiche creature. Ma con i barbari in avvicinamento, riusciranno la determinazione e l’artistica visione di Brendan ad illuminare l’oscurità e a mostrare che l’illuminismo è la migliore fortificazione contro il male?
La dottoressa Lillian Reynolds (Louise Fletcher), alla testa di un gruppo di ricercatori, ha ideato un sistema computerizzato in grado di leggere l’attività cerebrale e registrare su nastro le emozioni, le idee, i pensieri, le sensazioni di un individuo. La possibilità di sperimentare, rivivendole, le esperienze altrui apre incredibili prospettive alla creatività umana e può rinsaldare equilibri psicologici compromessi: grazie ad essa, ad esempio, il dottor Michael Brace (Christopher Walken)e sua moglie Karen (Natalie Wood) – entrambi dell’equipe della Reynolds – hanno recuperato un matrimonio che sembrava definitivamente in crisi. Il progetto, portato a termine per conto di una grossa industria, ha subito destato l’interesse di alcuni settori dei servizi segreti, che pensano ad un suo impiego in campo politico e militare, e fanno pressioni affinché venga ceduto loro. La dottoressa Reynolds è colpita da infarto mentre è collegata alla macchina, e Michael, pur consapevole di andare incontro ad una esperienza drammatica e molto pericolosa, tenta in tutti i modi di visionare il nastro che ha registrato la morte della collega. Allontanato dai laboratori, riesce avventurosamente a mettersi in contatto con il calcolatore e a vanificare l’illecita strumentalizzazione della rivoluzionaria scoperta. Brainstorm è uno di quei film che con il tempo andrebbero rivalutati, non tanto per la traccia narrativa quanto per l’originalità dell’idea e la ingegnosità delle soluzioni cinematografiche proposte. Esperto nelle teniche degli effetti speciali, Douglas Trumbull fu tra i primi a comprendere le eccezionali possibilità della computer graphic e la storia che egli racconta anticipa singolarmente la riflessione su una realtà “virtuale” parallela a quella “oggettiva” che dai contemporanei Tron e Dreamscape (altri due film poco fortunati) conduce ai più recenti Tagliaerbe, Strange Days, Matrix. L’ipotesi che Trumbull avanza è quella di un avveniristico intreccio di esperienze esistenziali (comportamento sessuale, riflessione etica, accettazione della vita e della morte) che sollecita l’uomo a nuovi modelli culturali. Un film, dunque, da gustare con il senno di poi, preferibilmente sul grande schermo dove è più facile apprezzare i trucchi pensati appositamente per una pellicola a 70 mm. Accolto tiepidamente al momento della sua uscita, il film fu funestato dalla tragica scomparsa di Natalie Wood durante la lavorazione
Nel 1962, quando gli accordi di Evian mettono fine alla guerra d’Algeria, nel liceo di una cittadina francese del Sud-ovest arriva il pied noir Henri (Gorny) che col suo oltranzismo suscita le ire di Maïté (Bouchez), figlia di una insegnante comunista che pure ne è attratta, ma anche la gelosia di Serge (Rideau), figlio di contadini italiani immigrati, e il turbamento di François (Morel), il più bravo della classe, che sta scoprendo la propria omosessualità. Il bel film di Téchiné appartiene a una serie di 9 film per la TV – “Tous les garçons et les filles de leur âge” – tra cui fu il più elogiato insieme con L’Eau froide di Assayas. Specialmente nella 1ª parte i rapporti, i conflitti, gli amori fra i quattro personaggi principali sono descritti con tenerezza, leggerezza, credibilità e un affetto che nasce probabilmente dalla nostalgia e dalla memoria. È girato in una regione che il regista conosce bene e che restituisce in immagini suggestive, quasi a far da controcanto idillico agli orrori di una guerra lontana, ma ancora incombente, e al groviglio dei conflitti psicologici. 3 premi César: film, regia, sceneggiatura.
Cittadina di provincia francese con alto tasso di disoccupati. Il dirigente di una scuola materna si trova ogni giorno a confronto con una realtà difficile. Lo Stato è lontano e attento solo alle pratiche burocratiche. Bisogna allora intervenire in prima persona, rischiando magari di sbagliare. Un film ‘politico’ di un regista che non ha mai il timore di ‘scontentare’ a destra o a sinistra, ma sa fare un cinema necessario per riflettere sulla contemporaneità.
In un afoso giorno di agosto del 1945, mentre gli abitanti di un villaggio ungherese si preparano per il matrimonio del figlio del vicario, un treno lascia alla stazione due ebrei ortodossi, uno giovane e l’altro più anziano. Sotto lo sguardo vigile delle truppe di occupazione sovietiche i due scaricano dal convoglio due casse misteriose e si avviano lentamente verso il paese. Il precario equilibrio che la guerra appena terminata ha lasciato sembra ora minacciato dall’arrivo dei due ebrei. 1945 è tratto da un racconto (“Homecoming”) dello scrittore ungherese Gábor T.Szántó, i cui saggi e racconti brevi sono stati tradotti in diverse lingue e inseriti nell’antologia americana Contemporary Jewish Writing in Hungary (Paperback, 2003) ma il film non ha nulla di ‘letterario’.
Sin City è una città nera, dove la notte non tramonta mai, abitata da una schiera di personaggi più cupi della notte stessa. Tutti cattivi, ognuno a modo suo: Marv, tenero bestione con un talento creativo per la sofferenza altrui; Kevin, ragazzo emotivo che ritrova la serenità divenendo uno spietato divoratore di esseri umani; la sua abietta guida spirituale il cardinale Roark, padrone della città; Dwight, fascinoso criminale che asseconda il suo destino e dispensa morte a piene mani; Gail, sua amata e regina delle prostitute che governano la città vecchia, donne che danno grande piacere, se si paga bene e si sta alle regole, o grande dolore, se si va oltre il seminato; un bastardo giallo, che violenta e mangia bambine impunito, coperto dal mostro suo padre che è anche Senatore della città, e contrastato solo da Hartigan, uno sbirro sul viale del tramonto disposto ad una carneficina per fermarlo e salvare Nancy, timida ballerina di lap dance. Esseri che hanno poco di umano, anime nere che anneriscono il già nero skyline della città del peccato. E in mezzo a tutto questo nero, ogni gesto fuori dal piano regolatore che la morte stessa sembra attuare, brilla di un vivido accecante: il grande cuore rosso di Goldie, il sangue scarlatto versato in olocausto e quello giallo per la catarsi di Hartigan, occhi verdi, azzurri e d’oro che sono l’unica traccia di un’anima dietro le armi. Dopo alcuni mezzi e mal riusciti adattamenti da lui supervisionati, Frank Miller si decide finalmente a mettere il suo nome a corredo di una sua storia trasposta dal fumetto alla pellicola. Per chi conosce Miller, questa è la fine di un’attesa durata vent’anni; per chi non sa chi sia, perché magari pensa che i fumetti siano roba da bambini, basti dire che Frank Miller è, semplicemente, indiscutibilmente, il re del noir degli ultimi venti anni, a prescindere da ogni disciplina artistica, artigianale o d’intrattenimento che si voglia considerare. Se questo film fosse uscito nel 1991, quando cioè è nato, con stile molto cinematografico, sulle pagine della Dark Horse Comics, oggi il linguaggio cinematografico sarebbe diverso da come lo conosciamo: per esempio, non sarebbe affatto doveroso fare una citazione dietro l’altra, ma si racconterebbero storie che iniziano coi titoli di testa e finiscono coi titoli di coda. Oggi Miller, che da qualche anno non sforna più capolavori di carta, si è fatto dei compagni di merende: Tarantino e Rodriguez, due tipi in gamba che sanno benissimo quanto grande sia il debito che hanno col maestro. Dal primo si è fatto spiegare un po’ di marketing, dal secondo come si accende la macchina da presa, ha ripescato uno dei tanti suoi soggetti eccelsi del passato e ne ha fatto un film magnifico. Se la prossima volta il signor Miller avrà il coraggio di fare tutto da solo, e avrà premura di scrivere come sa fare, potremmo davvero trovarci di fronte ad un nuovo Anno Zero del cinema d’azione. Altro che Pulp Fiction…
Quentin Tarantino, come «Special Guest Director», ha diretto la sequenza in macchina con Jackie Boy (Benicio del Toro) dell’episodio Un’abbuffata di morte per la simbolica cifra di 1 dollaro, restituendo un favore all’amico Rodriguez, che aveva composto alcune musiche per il suo Kill Bill per la stessa cifra.
L’occhio del ciclone – In the Electric Mist (In the Electric Mist) è un film del 2009, diretto da Bertrand Tavernier.
Nei dintorni di New Iberia, in Louisiana, il ritrovamento, in luoghi e tempi diversi, dei corpi brutalmente seviziati di due giovani prostitute fa pensare alla mano di un unico maniaco. Il detective Dave Robicheaux segue subito una traccia che lo porta al boss italoamericano Giuliano “Julie Baby Feet” Balboni. Questi, con altri finanziatori locali, sta producendo un film sulla guerra di secessione americana ambientato proprio nelle paludi teatro dei terribili omicidi.
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