Regia di Dan Trachtenberg. Un film con Mary Elizabeth Winstead, John Goodman, John Gallagher Jr., Suzanne Cryer. Titolo originale: 10 Cloverfield Lane. Genere: Thriller, Fantascienza, Horror, Drammatico. Paese: USA. Anno: 2016. Durata: 105 min. Consigliato a: Da 14 anni. Valutazione IMDb: 7.2.
A seguito di un incidente d’auto, la giovane Michelle si risveglia incatenata in uno scantinato. Viene informata dal suo soccorritore, Howard, un uomo dal temperamento imprevedibile, di essere stata salvata da un catastrofico attacco (forse chimico o alieno) che ha reso la superficie terrestre inabitabile. Insieme a un altro uomo, Emmett, i tre si ritrovano confinati in un bunker sotterraneo perfettamente equipaggiato. La protagonista è lacerata dal dubbio: Howard è un altruista salvatore o un folle rapitore? L’unica certezza è la claustrofobica reclusione e la crescente tensione tra i superstiti.
Il film è un thriller psicologico eccezionalmente teso e ben costruito, che sfrutta la limitazione spaziale per massimizzare l’ansia e l’incertezza. Il tema centrale è la paranoia e la difficoltà di distinguere la verità dalla menzogna in una situazione di estrema crisi. La regia d’esordio di Dan Trachtenberg è misurata ed efficace, capace di mantenere una suspense palpabile quasi esclusivamente attraverso la gestione degli spazi ristretti e l’interazione tra i personaggi. Le interpretazioni sono la vera forza motrice della pellicola: John Goodman offre una performance magistrale, inquietante e ambigua, che domina ogni scena e trasforma l’isolamento in un confronto psicologico estenuante. Mary Elizabeth Winstead è altrettanto convincente nel ruolo dell’eroina che deve affidarsi al proprio istinto per sopravvivere. Nonostante il collegamento “spirituale” alla saga Cloverfield, l’importanza culturale del film risiede nella sua capacità di funzionare come opera autonoma, un bunker movie claustrofobico che affronta la paura dell’ignoto, sia esso rappresentato da una minaccia esterna o dalla follia umana.
Jack Kevorkian è un anziano medico di origine armena che, in un periodo che va approssimativamente dal 1990 al 1999, ha assistito nel suicidio più di 130 pazienti. Ne seguiamo l’azione a partire dal primo malato che, a causa delle ormai insostenibili sofferenze che gli procura la malattia, gli fa esplicita richiesta di morire. Kevorkian sostiene che chi è affetto da una patologia grave e incurabile e vuole lasciare questo mondo ha diritto di farlo. Per aggirare la legge del Michigan il medico ha realizzato e mette in atto, con la collaborazione di sua sorella e dell’amico Neal Nicol, una complessa strategia. Riprende le dichiarazioni dei pazienti (con a fianco i familiari) da cui emerga il loro esplicito e consapevole desiderio di non vivere più. Predispone quindi un’attrezzatura che il malato aziona personalmente. Ciò gli procura comunque numerose chiamate in giudizio da cui esce assolto. Fino a quando, dinanzi a un paziente non in grado di intervenire in quanto leso nella motilità, agisce con un’eutanasia ‘volontaria’. A quel punto la sua posizione sul piano legale cambia anche perché decide di non fare uso di avvocati ma di difendersi da solo.
Barry Levinson lascia la commedia, genere in cui ha offerto esiti alterni, per realizzare un biopic in grado di interrogare le coscienze, in particolare di un pubblico non statunitense . Perché il dottor Jack Kevorkian è stato a lungo sotto i riflettori dei media americani con interviste nello show di Barbara Walters e conquistando anche una copertina del Time mentre alle nostre latitudini è molto meno noto. Ci pensa uno straordinario Al Pacino a far emergere le molteplici facce di un personaggio che inevitabilmente e volutamente stimola alcuni nervi scoperti della nostra sensibilità. Il rapporto con il dolore e con la morte, i doveri del medico, il ruolo dello Stato in relazione ai temi che toccano l’etica individuale. Sono solo alcuni dei temi affrontati da un film che non abbraccia alcuna tesi, che non è interessato a fare del suo protagonista né un eroe, né una vittima né tantomeno un santo. Questo non significa che Levinson si limiti ad elencare una serie di eventi. Decide piuttosto di mostrarci la determinazione di questo uomo anziano e apparentemente fragile nel sostenere con la pratica quello che lui ritiene sia un diritto (morire con dignità) che viene sistematicamente negato dalle strutture ospedaliere e dall’industria farmaceutica entrambe interessate a lucrare su un disumano prolungamento artificiale della vita. Nello sguardo e nelle espressione di Kevorkian Pacino ci fa anche leggere come una ‘missione’ possa trasformarsi in un’ossessione alla quale l’Arte (Kevorkian è anche pittore e strumentista) cerca di offrire pause di sublimazione che risultano però estremamente brevi. You Don’t Know Jack finisce così con il lasciarci con una domanda diversa rispetto a quella che ci potremmo attendere. Non ci viene chiesto di formulare una sentenza sul dottor Jack Kevorkian (lo hanno già fatto i tribunali). Ci viene invece chiesto di provare a pensare di vivere in una situazione di malattia terminale in cui il dolore domina irreversibilmente e di porci una domanda che non riguardi ciò che vorremmo imporre agli altri (sarebbe estremamente facile) ma cosa vorremmo per noi stessi. Rispondere diventa allora più complesso. Come questo film.
Una commedia al vetriolo sulla finzione e la realtà americana medio-provinciale. Due storie. La prima, intitolata Finzione vede una ragazza di fronte alla scrittura letteraria di un corso universitario. Dopo l’insuccesso del suo primo racconto scriverà del violento rapporto sessuale avuto con l’insegnante di colore. La seconda, Non-Finzione, narra di una famiglia sconvolta da un dilettante e ambizioso videomaker che pretende di fare un documentario sui giovani alle prese con l’università. Uno dei figli del capofamiglia, quest’ultimo interpretato da John Goodman, diventa il protagonista del documentario ma rimarrà solo dopo la vendetta della cameriera ingiustamente licenziata.
Trevis (Michael Angarano), Jarod (Kyle Gallner) e Billy-Ray (Nicholas Braun) condividono tutto. La scuola, l’amicizia e la tempesta ormonale dell’adolescenza, scatenata dalla compravendita di sesso on line con una donna matura apparentemente disponibile. La famiglia Cooper, con a capo un Pastore fanatico (Michael Parks) che predica la parola di un Dio del terrore e della paura, porta avanti la sua personale guerra armata contro la corruzione dei costumi, con particolare astio nei confronti degli omosessuali. E l’agente speciale Keenan (John Goodman) spende gran parte delle sue energie nel cercare di trovare una soluzione moderata agli ordini perentori e non sempre ragionevoli di un super-capo dell’FBI.
Mentre le forze alleate stanno sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell’arte Frank Stokes ottiene l’autorizzazione da Roosevelt in persona per mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le opera d’arte che Hitler ha fatto portare via e nascondere in previsione della costruzione del mastodontico Museo del Fuhrer. In caso di sconfitta del Reich l’ordine è di distruggerle. Si viene così a creare una compagnia formata da due storici e un esperto d’arte, un architetto, uno scultore, un mercante, un pilota britannico e un soldato ebreo tedesco per le traduzioni. Escluso quest’ultimo i componenti del gruppo non hanno certo l’età dei combattenti ma la loro missione non è priva di pericoli. Chi cerca in questo film il Clooney regista di Good Night, & Good Luck. e di Le Idi di marzo rimarrà deluso mentre chi ricorda l’acuto e divertito rivisitatore di generi di In amore niente regole avrà l’occasione per godere di un film che non si vuole limitare però alla ricostruzione filologica innervata da riferimenti alla realtà storica. Perché la memoria corre a Il treno di John Frankenheimer ma anche, per la struttura di un gruppo costituito da personalità molto diverse tra di loro, a film che hanno ne La grande fuga il loro vertice. Clooney però ha un obiettivo diverso in questi tempi di omologazione di massa: ci vuole ricordare il valore dell’arte come elemento che va oltre le generazioni ed alimenta la stessa esistenza di ognuno di noi. Anche di coloro che ne sono ignari. Per questo sorge il sospetto che alcuni interventi di Stokes (che in realtà era il conservatore di Harvard Gerorge Stout) risultino didascalici ma siano finalizzati a fornire qualche elemento di base a spettatori a cui la scuola non li ha offerti. La scuola americana in primis ma non solo se, come ci ricordano Lodoli e Piccioni in Il rosso e il bluci sono studenti che chiedono se Piero della Francesca fosse un uomo o una donna (e non è una battuta di sceneggiatura). La pattuglia di uomini inadatti alla guerra ma pronti a rischiare la vita per delle opere d’arte non è formata da attempati Indiana Jones (anche se non mancano i carrelli della miniera e la Madonna di Bruges e il polittico di Ghent prendono il posto dell’Arca dell’Alleanza). Sono uomini (e una donna bollata dal marchio del collaborazionismo) che Clooney ci presenta nella loro umanità pur non rinunciando a qualche stereotipizzazione di troppo. L’onestà del regista e sceneggiatore emerge comunque sin dall’apertura quando Stokes mostra una diapositiva dell’Abbazia di Montecassino distrutta da un bombardamento. Che non fu opera dei nazisti ma delle forze alleate. In quel preciso momento riemergono nella mente le immagini del Museo Archeologico di Bagdad saccheggiato senza che nessuno degli occupanti facesse nulla per impedirlo. La storia si ripeteva. Film come questo ci invitano a riflettere. Non rinunciando allo spettacolo.
Regia di David Byrne. Un film con David Byrne, John Goodman, Swoosie Kurtz, Spalding Gray, Annie McEnroe. Titolo originale: True Stories. Genere: Commedia, Musicale. Paese: USA. Anno: 1986. Durata: 89 min. Consigliato a: Per tutti. Valutazione IMDb: 6.8.
Ambientato nella fittizia cittadina texana di Virgil, il film segue un narratore enigmatico, interpretato dallo stesso David Byrne dei Talking Heads, mentre esplora le vite eccentriche e ordinarie dei suoi abitanti. Man mano che la città si prepara per la celebrazione del suo centocinquantesimo anniversario, il narratore introduce una serie di personaggi bizzarri, tra cui una donna che non scende mai dal letto, un innamorato cronico alla ricerca di una moglie e un predicatore ossessionato dalle cospirazioni, svelando un microcosmo di “specialità” americana.
“True Stories” è un’opera unica nel panorama cinematografico, un’ode surreale e affettuosa all’America profonda e alle sue idiosincrasie. La regia di David Byrne, al suo debutto, è un trionfo di stile e osservazione, mescolando elementi documentaristici, musical e una narrazione frammentata che riflette la sua estetica artistica. Il film riesce a essere allo stesso tempo ironico e sinceramente empatico verso i suoi personaggi, celebrando la loro “specialità” senza mai cadere nel ridicolo. È un’esplorazione affascinante della cultura popolare, del consumismo e della ricerca della felicità, il tutto condito da memorabili brani dei Talking Heads. Un cult movie che continua a ispirare per la sua originalità e il suo sguardo acuto.
26 Giugno 2025: sostituita versione dvdrip ita con versione 720p eng subita perchè in realta la traccia italiana era solo i primi minuti. Non ho trovato altre versioni in italiano
L’occhio del ciclone – In the Electric Mist (In the Electric Mist) è un film del 2009, diretto da Bertrand Tavernier.
Nei dintorni di New Iberia, in Louisiana, il ritrovamento, in luoghi e tempi diversi, dei corpi brutalmente seviziati di due giovani prostitute fa pensare alla mano di un unico maniaco. Il detective Dave Robicheaux segue subito una traccia che lo porta al boss italoamericano Giuliano “Julie Baby Feet” Balboni. Questi, con altri finanziatori locali, sta producendo un film sulla guerra di secessione americana ambientato proprio nelle paludi teatro dei terribili omicidi.
Whip Whitaker è un pilota di linea col vizio dell’alcool. Dopo una notte di bagordi consumata con una giovane hostess, il comandante si prepara ad affrontare l’ennesimo volo, affiancato da un primo ufficiale diligente e pignolo. Quello che doveva essere un’ordinaria corsa tra Orlando e Atlanta si trasforma presto in un incubo, precipitando aereo e situazione. Un improvviso cedimento della struttura impedisce all’aereo di volare e costringe Whitaker a una manovra di emergenza che prova a mantenere in quota l’aereo, rivoltandolo per rallentarlo, rimettendolo in posizione dritta e tentando un atterraggio il più lontano possibile da case e civili. L’operazione disperata riesce e Whitaker rovina a terra, salvando novantasei persone e perdendone sei. Eroe per la stampa e per l’opinione pubblica, l’intrepido pilota deve adesso vedersela con la NTSB (National Transportation Safety Board). Se da una parte le indagini rivelano la causa meccanica che ha provocato la tragedia, dall’altra tradiscono il segreto indicibile di Whip Whitaker: l’alcolismo. In attesa del processo, Whip incontrerà Nicole, una tossicodipendente con cui condivide il dramma della dipendenza. Nell’abisso in cui lo ha precipitato il suo volo, non si vedono però uscite di emergenza. I film di Robert Zemeckis parlano sempre del tempo, una coordinata che può contrarsi o espandersi, arrestarsi o accelerare. Flight non fa eccezione e ‘decolla’ alle 7.13. Un minuto dopo è ‘tempo’ di sveglia (digitale) per il comandante di Denzel Washington, ordinary man a due ore dal confronto con un contesto narrativo straordinario. Alla maniera del naufrago di Cast Away, Whip Whitaker viene precipitato dal cielo in una situazione che lo eccede e dentro la quale la sua missione è quella di colmare uno scarto: una distanza da coprire per ritornare alla vita (normale) e per rientrare nello scorrere ordinato e cronologico di un’esistenza bevuta in un sorso. Naufragato e risvegliato su un’isola ideale, Whitaker abita una bolla d’aria, uno spazio interiore dove gli elementi di instabilità personale cercano una soluzione. Soluzione che il regista rimanda frustrando protagonista e spettatore e rivelando, in un’esemplare ellissi temporale sul volto di Washington, il tempo ‘reale’ del film che è il tempo di un racconto. Un racconto di un passato che nel presente vede finalmente il futuro. Niente macchine del tempo e scienziati pazzi (Ritorno al futuro), niente gambe che corrono più rapide di un cervello dentro la storia americana (Forrest Gump), niente naufraghi del tempo (Cast Away), in Flight è la memoria a svolgere le memorie di un uomo, che in cielo ha mantenuto un controllo impossibile da mantenere in terra. Salvando i suoi passeggeri e buona parte del suo equipaggio, il comandante Whitaker ha assecondato le ossessioni tipiche dello stile di vita americano. Stile di vita che ha bisogno di eroi e di colpevoli, provocando un divario sempre più incolmabile tra chi arriva in cima e chi resta a guardare. Il leader nero di un aeromobile in avaria, tanto eroico quanto colpevole, interpreta forse il tempo problematico di una nazione che ha vissuto gli ultimi quindici anni come il protagonista al di sopra delle proprie possibilità. 11 settembre, guerra al terrore, crisi economica e finanziaria hanno collassato il Paese e arrestato il ‘volo’, insinuando la paura nel suo orizzonte politico e psicologico. Ma dopo l’apocalisse una ‘seconda possibilità’ è pensabile dentro uno sguardo (di una bambina e di una donna che ha salvato un bambino) e attraverso un atto di responsabilità individuale che diventa collettivo. Zemeckis, in ogni caso, non assolve nessuno, tantomeno il suo (im)pavido pilota, partecipando alla sua sofferenza ma ponendolo davanti al buco nero della sua colpa. Nel modo di Wilson, il pallone affettivamente risemantizzato da Tom Hanks sull’isola di Cast Away, una piccola (e smisurata) bottiglia di vodka diventa un vero personaggio, unica e insidiosa forma di relazionalità ancora possibile nella solitudine di una vita bruciata. Wilson e la bottiglia sono amici-nemici immaginari, simulacri di una socialità diversamente perduta, residuo bisogno di un legame, di una ‘dipendenza’ (affettiva/alcolica) che cerca e trova per entrambi un’indipendenza. Indipendenza che abbatte l’idolo e libera dalla ‘prigionia’. Con Flight Robert Zemeckis fa di nuovo esperienza del tempo. Un tempo a cui il suo cinema impone un ritmo umano, permettendo al naufrago del cielo di recuperarne il senso, riprendendo a esistere.
Ambientato in Florida ecco un buon film del regista de L’ululato. Il personaggio principale è ispirato a uno dei registi di serie B più sottovalutati, William Castle. Siamo agli inizi degli anni Sessanta. La prima del film di fantascienza Mant fa da scenario a una serie di trovate comiche di buon ritmo. Si fa riferimento anche ai problemi degli Stati Uniti con Cuba e non mancano i ragazzi stile American graffiti. John Goodman riempie lo schermo, in tutti i sensi.
Il film biografico ha estimatori e detrattori ed è da questa premessa, apparentemente ovvia, che è necessario partire per parlare di Beyond the Sea. Perchè, in questo caso, all’interesse per il genere va aggiunto un elemento ulteriore: Kevin Spacey, regista e protagonista, ama profondamente il personaggio che porta in scena il quale, di fatto, non offrirebbe molta materia per un film. Bobby Darin è un cantante che ha azzeccato nella sua carriera dei buoni pezzi da entertainer ma non ha avuto certo lo spessore del Ray Charles di “Ray”. Per di più è morto giovane (37 anni) anche se i medici gli avevano diagnosticato una vita non superiore ai 15 anni. Spacey mette tutto se stesso in questo film, anche le sue frustrazioni di attore; lo fa senza esagerare anche se offre al personaggio più chances di quante non ne abbia avute nella realta’(dichiarandolo in parte nei titoli di coda). Più che rivisitare un’epoca si mostra interessato alla psicologia di un uomo che fin da bambino e’ cosciente di essere destinato a una vita breve. In questo stato d’animo si inserisce un colpo di scena (realmente accaduto) che ovviamente non sveliamo ma che incide profondamente sulla sua personalità. Bobby Darin. Chi era costui? Si chiederanno certamente in molti. Questo film, sicuramente non necessario se non per il suo regista, è comunque utile per acquisire un ulteriore tessera dello sterminato mosaico dello show business made in Usa.